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Portfolio, intersezione di scritture
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Il travolgente successo del nome infelice di una causa giusta
A volte i nomi, anche se filologicamente alieni, finiscono per coprire gamme di significato che attendevano un nome nuovo e collegato nella coscienza comune a universi prestigiosi. E anche quando non hanno dietro gran che di veramente nuovo, assurgono a sinonimo di novità importanti. Non è colpa loro: il successo è in questi casi un indice della corrente povertà di pensiero e di linguaggio. Notoriamente il nome portfolio (anche il mio computer l’ha in antipatia, lo cambia sempre in portaolio) è di antiche origini e indica semplicemente cartella, raccoglitore di fogli. Ma la sua strepitosa ascesa nel linguaggio didatticistico corrente è dovuta alla sua adozione negli States come pratica di documentazione e valutazione non docimologica. Nobile causa, invero, ma forse sproporzionata come motivo di una diffusione così massiccia. Il portfolio rischia di passare come uno dei principali elementi innovativi dell’ attuale riforma della scuola, subito dopo il tutor e più ancora di altri elementi davvero importanti come quelli di persona, cura, analogia e come l’insieme dell’approccio epistemologico, per non dire delle profonde innovazioni inerenti alla progettualità. Niente da fare: l’attenzione dei più è calamitata dal portfolio. Scopo essenziale di questa “nuova” (1) pratica di documentazione cui è stato posto nome “Portfolio” è il raccontare con intervento di molteplici punti di vista l’ esperienza educativa vissuta da ciascun bambino. Assolve a finalità di conoscenza, di valutazione e di comunicazione. Superando ogni tentazione descrittivistica e in consonanza con le metodologie narrative della più recente teoria della valutazione (di ispirazione ermeneutica), si potrebbe cercare di farne un mezzo per focalizzare quelle funzioni che possono suggerire l’insieme, dare testimonianza complessiva di una storia. La multiscrittura di un portfolio potrebbe significare essenzialmente –se non saranno adottati certi orribili registri-portfolio proposti da alcune rapaci case editrici- attivare processi di conoscenza dell’esistere e del conoscere della persona affinchè sia la valutazione che la documentazione siano riconducibili a questo atto fondazionale. Si tratta pertanto di conoscere quali vicende e a quale livello di consapevolezza siano state vissute, quale sia stata l’incidenza riguardo all’autopercezione dell’alunno e alla percezione dell’insegnante ( cosa ho insegnato? cosa è stato appreso? quali i riflessi sul piano della identità del docente e di quella del bambino?). II portfolio (meglio sarebbe stato chiamarlo “Diario” o in qualche altro modo presente nella tradizione didattica italiana) potrebbe essere inteso in sostanza come un archivio personale di atti didattici, un album di eventi scolastici, una sequenza di auto-testimonianze e di testimonianze altrui di quanto il bambino ha elaborato in una parte della sua esistenza di alunno, un diario scritto con l’assistenza d’altri. Il suo valore, con gli anni, crescerà con le riletture, con la funzione evocativa e proattiva di tutti gli atti autentici. I fatti burocratici (schede) passano, quelli che contengono vere frazioni di vita restano e orientano il percorso scolastico ed esistenziale successivo, rimangono come pietre miliari. Si tratta di attivare processi di conoscenza e di memoria, di accompagnare qualcuno nel corso di un progetto non disegnato a tavolino ma pensato e vissuto insieme. Il viaggio verso la conoscenza della persona potrebbe assumere, anche con il portfolio e nonostante il nome infelice, una struttura narrativa, un segno delicato, uno stadio più consapevole, responsabile, in molti casi una veste, infine, se “fatta in casa”, più elaborata e gradevole. Attivare processi narrativi di conoscenza del conoscere con queste caratteristiche significa anche prendersi cura (non carico) della persona, accompagnare qualcuno nel corso di un cammino che si vive insieme.
Raccogliere e interpretare documenti
Quando qualcuno scrive di qualcun altro, non scrive solo la storia dell’altro ma anche la propria; quando docunenta o valuta attribuisce, toglie o modifica, comunque interviene sul l’altrui spettro di valori. Questa mia frase è naturalmente controvertibile: esistono almeno due approcci fondamentali alla questione del documentare: uno di matrice positivistica, cui si richiama la docimologia, e un altro di origine idealistica, poi sviluppatosi soprattutto attraverso il pensiero fenomenologico ed ermeneutico. Per la teoria più corrente, la soggettività del documentare è elemento negativo in quanto arbitrario e inquinante la validità della procedura. Si sono pertanto introdotti strumenti spacciati come oggettivi, imparziali, tali da consentire, secondo questo approccio, una lettura priva di equivoci. In questa prospettiva il conoscere e il valutare sono sostanzialmente visti come adattamento del pensiero a una realtà che si pensa esistere del tutto fuori del soggetto e separatamente da esso. Si pretende di cogliere le cose come stanno, l’alunno “così com'è “ , senza tener conto che in ogni caso gli strumenti impiegati e il contesto influenzano le risposte. A mio parere, non è possibile documentare “oggettivamente” perché inevitabilmente l’ “oggettività” è sempre anch’essa un prodotto della soggettività, è comunque posta da un soggetto. Chi ritiene di essere oggettivo maschera la propria soggettività delegandola agli strumenti. Di qui la forte esaltazione degli strumenti- soprattutto quantitativi- cui si affidano le “garanzie” del conoscere e del valutare tardomoderni. "Non sono io a parlare, ma parlano le cose stesse” (in pratica, quel che vedo io), si coglie spesso affermare o ancor più spesso sottintendere da chi si riconosce in questa impostazione. Tale approccio di origine positivista è, a parere della scrivente, semplificatorio e riduzionista perché affida a modalità quantitative la capacità di cogliere questioni di ordine qualitativo. Riduce inoltre la complessità dell’essere umano a uno dei suoi tratti, quello degli esiti, e di lì stabilisce inferenze. Sono infinite le variabili che intervengono nel processo formativo e i soli risultati costituiscono tracce piuttosto deboli per costruire, solo su di essi, un quadro valutativo adeguato. Un portfolio è allora una storia, un insieme di storie (storie dei docenti, degli altri alunni, dei genitori) che si incontra con la storia di una persona nel suo primo mattino. Io racconto l'altro attraverso la mia identità e la mia contingenza, costruisco la sua immagine entro il mio orizzonte attraverso il confronto con l'altro. L'altro è costituito in forma inevitabilmente personale. Di qui verrà l’insegnare come discreto intervento nella dialettica tra coscienza personale e coscienza comune attraverso la proposta del sapere costituito e costituente. La soggettività/intersoggettività consapevole, esplicita, responsabile di documenti come quello infelicemente denominato portfolio è elemento prezioso; il soggetto non è solo un difetto di essere come sostengono le interpretazioni “cliniche”, affamate di patologie. Noi non valutiamo l'altro in sé e fuori dalla sua vicenda, ma la nostra relazione con lui. Si tratta di approfondire il piano della consapevolezza delle proprie scelte educative e documentative; la soggettività deve solo essere consapevole e dichiarata. Ciò significa cercare di autocomprendersi come soggetto impegnato in una relazione educativa, significa affinare e comunicare le proprie idee, i modi di relazionarsi, i quadri valoriali, i presupposti entro cui ci muoviamo. Un portfolio non racconta solo del bambino, ma di noi con lui, del contesto in cui cresce. Penso che solo la consapevolezza di possedere un punto di vista (non chiuso in se stesso) possa permettere l'apertura ad altri punti di vista. Sapere da dove si guarda è condizione per guardare e per stabilire dialoghi autentici. La soggettività consapevole cerca e racconta l'incontro con altre soggettualità di colleghi, bambini, genitori; quando le cose vanno al meglio, dal racconto emerge l'intersoggettualità, l’esistere del bambino a se stesso, agli altri, alla cultura del suo mondo.
Intersoggettualità del documentare
L’impostazione ermeneutica del documentare non ama criteri classificatori o archiviiatori ma preferisce, come opportunamente sostenuto negli Orientamenti del ’91 e ripreso anche dalle recenti Indicazioni nazionali, la contestualizzazione dei comportamenti. Si tratta di ascoltare, guardare e raccontare e non di misurare, di comprendere e non di giudicare. L’altro è una sorta di “testo” da interpretare con grande cautela e prudenza. Manda dei segnali, dei messaggi che vanno raccolti e ricostruiti, senza tuttavia presumere troppo perché l’altro è anche enigma, mistero. Non pretendiamo di comprenderlo mai interamente; qualcosa sfugge sempre, nulla arriva mai così come è partito. Il bambino va com-preso nella situazione, nella relazione con gli altri, con le cose, con l’ambiente; la condotta va rappresentata nella consapevolezza di essere interna a un contesto. Il racconto pertanto può ben rendere l’esperienza vissuta che è assente nelle schede incentrate sugli esiti finali. Offre la possibilità di non trasformare l’esperienza viva in formule morte. Rappresenta un modo autentico per avvicinarci alla comprensione del soggetto rispettandone la soggettualità e la conseguente alterità da ogni possibile schema. Solo ponendo le esperienze in una storia si dà senso alla memoria e all’attesa e riusciamo a parlare di noi agli altri e a noi stessi. E’ la logica del linguaggio cui va dato rilievo quando si tratta di parlare di esseri umani. Il luogo dell’incontro con l’altro è quello linguistico. L’intersoggettività si dà nel linguaggio, parlando, dialogando. E’ necessario che sia un linguaggio non schematizzato, aperto, comprensivo, comprendente, teso alla definizione qualitativa.
Intersezione di scritture “autobiografiche” e biografiche
Il documento dovrebbe essere impostato e crescere come scrittura intersoggettiva, in quanto costruito dal bambino stesso e dai suoi compagni, dagli insegnanti, dai genitori. Il bambino si racconta “scrivendo” (nella scuola dell’infanzia raccontando) la propria autobiografia, una sorta di diario personale, di ritratto in cui racconta l’idea di sé (come mi vedo, come immagino di essere visto dagli altri …), le conoscenze (cosa penso, cosa so fare, cosa ho imparato…), il rapporto con il sapere (mi piace giocare a…. con ……., disegnare, costruire………). I suoi compagni raccontano episodi del suo essere a scuola. Questo coinvolgimento aiuta il bambino a riflettere sull’esperienza vissuta, favorisce l’autovalutazione e la conoscenza della propria identità. Gli insegnanti raccontano il loro punto di vista in ordine a: come il bambino tende arappresentarsi, come si vede, modo di relazionarsi, di dialogare in base agli argomenti, alla compagnia, ai luoghi, desiderio di gioco, come ascolta, parla, argomenta, cosa lo attrae, cosa lo respinge… I genitori possono esprimere il loro sguardo o autonomamente o scrivendo insieme alle insegnanti alcune considerazioni circa l’evoluzione del proprio figlio in relazione all’esperienza vissuta nella scuola. Quale testimonianza delle parole, il portfolio prevede anche l’inserimento di alcuni elaborati dei bambini, tra quelli più rappresentativi dei vari percorsi. Tale scelta potrebbe essere effettuata congiuntamente dagli insegnanti e dal bambino stesso coinvolgendo anche i genitori; potrebbe essere utile esplicitare per iscritto i criteri che hanno guidato la selezione. Andrebbero inseriti quei segni tangibili del sapere che fanno da sostegno all’interpretazione delle dinamiche evolutive di ogni soggetto.
Conclusioni.
---La “nuova” pratica di documentazione ha senso come sviluppo dell’idea centrale dei documenti pedagogici della Riforma, quella di Persona. Data la persona, la sua storia e la sua intenzionalità, se ne narra il tragitto.
---Una scuola che voglia declinare in ogni suo atto l’idea di persona (o di soggetto, come io preferirei) non può essere la scuola dello standard e delle pratiche oggettivistiche di documentazione e valutazione. Mi auguro che anche l’INVALSI tenga in futuro conto della persona, non pretendendo di descrivere il “prodotto “ scolastico a partire da risultati più creati che riferiti da metodologie epistemologicamente discutibili oltre che massificanti.
---Il nome sbagliato e le diffuse e legittime perplessità sulla riforma non devono precludere alla possibilità di utilizzo e reinvenzione di questo positivo strumento, che risponde alla necessità mai corrisposta se non in particolari realtà scolastiche di una documentazione narrativa.
---Un buon portfolio, absit iniuria verbis, racconta il farsi della persona, non deve divenire atto notarile o burocratico né seguire i cervellotici schemi dei modelli prodotti da alcune case editrici, e nemmeno deve divenire il luogo di o diagnosi “cliniche”, Deve invece diventare elemento di formazione per i vari soggetti coinvolti, entrare a far parte integrante dell’ esperienza educativa.
---Lo sguardo multisoggettuale e multiprospettico può far emergere un’immagine intersoggettiva senza pretese definitorie, bensì di tipo provvisorio e dinamico.
---Il portfolio può diventare una sorta di bilancio biografico individuale e collettivo che tiene conto del passato e guarda avanti. Essere traccia ricca di riferimenti del percorso vissuto da ciascun bambino nella formazione della sua identità, un ritratto delle sue qualità, conoscenze, potenzialità. Assumere valore di memoria e di orientamento; è primo documento del distendersi del soggetto verso la sua storia.
---Documentare ha senso se serve a ricreare intorno alla persona un orizzonte di attese pedagogicamente attivo, a riorientare su conoscenze biograficamente più raffinate l’agire educativo.
agomel@tin.it
(1) Nuova per la stragrande maggioranza delle scuole, ma fin dagli anni Ottanta del secolo scorso alcune scuole dell’infanzia della Romagna, a cominciare da noi postprogrammatori di San Mauro Pascoli, curarono pratiche di documentazione assai simili a quella attualmente proposta nelle Indicazioni ministeriali. Un nome dall’ambigua radice culturale e perfino dall’incerta legittimità di pronuncia (Portfolio all’americana o alla latina, cultura aziendale o pedagogia classica?) ripropone ora una pratica che si dimostrò felice e che potrebbe di nuovo rivelarsi positiva.
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