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L'esperienza delle scuole del Grande Nord, ovvero "Non c’è brutto tempo, ma solo vestiti non adatti"
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di Astrid Valeck
Sono rientrata dalla Svezia da pochi giorni, le prime piogge che mi accolgono risentono del caldo che ha caratterizzato questo nostro insolito autunno. Sono a scuola con i bambini, siamo raccolti davanti alle finestre a guardare l’acqua che gocciola lungo le grondaie per poi cadere a terra sollevando spruzzi. I pochi passanti camminano piegati protetti dai loro ombrelli mentre cercano di resistere al vento. La Svezia mi sembra sempre più lontana, seppure così vicina. Sono arrivata nella città di Vanersborg il 25 ottobre e mi ci sono fermata fino all’8 novembre. Quindici giorni, in una realtà, a me, completamente sconosciuta. Quindici giorni nelle pre school svedesi insieme alle insegnanti svedesi, per confrontare i diversi modi di insegnare e le diverse organizzazioni. È stato un tempo lungo, ma necessario per vedere, capire e conoscere. Non è la stessa cosa scambiarsi materiali o corrispondenze o documentazioni. È stare e vivere in un altro luogo che arricchisce e permette di capire. Soprattutto di portare a casa qualcosa per sé, per la propria professionalità e di poterlo condividere. La mia prima reazione è stata quella di confrontare chi aveva cosa e chi stava meglio. Niente di più sbagliato. Non é adeguato limitarsi ad una considerazione su ció che é meglio e ció che é peggio. Su chi sta meglio e chi sta peggio. Siamo diversi. Molto é diverso perché diverse sono le condizioni di base. La cultura, l’ambiente, l’organizzazione degli spazi che risente della cultura, la normative vigente portano adattamenti e risposte differenti nell’offerta e nella strutturazione dei servizi. Qui in Svezia si puó scegliere di completare tutto il ciclo di studi o interromperlo per un periodo piú o meno lungo di lavoro. La scuola superiore dura tre anni e l’universitá dai 3 ai 4 anni. Nessuna delle due é obbligatoria e lo Stato sostiene le spese per il diritto allo studio passando agli studenti anche una sorta di salario. Gli studenti risarciranno l’anticipo non appena inizieranno a lavorare e continueranno a versare una cifra bassissima per tutti gli anni di lavoro. Alcuni anni prima del termine della propria carriera lavorativa, l’orario settimanale del lavoratore é ridotto all’80% e ulteriormente ridotto a ridosso dell’etá pensionabile. Questo perché i lavoratori imparino a saper godere del tempo libero che li attende, un poco per volta. Prima di accedere a qualsiasi luogo interno le persone si tolgono le scarpe e camminano scalze: abitazioni, scuole, palestre, ecc. Le finestre sono prive di tapparelle o scuretti e si aprono verso l’esterno, cosí la luce del sole puó entrare dall’alba al tramonto ed é possibile montare delle mensole davanti ad ogni finestra e arredarle con piante e lanterne. L’effetto nei lunghi pomeriggi autunnali e invernali é veramente suggestivo. Non sono abituata al tempo atmosferico che mi accoglie né al tempo di vita dei residenti. Mentre mi alzo il bavero sulle orecchie e affondo il mento nel cappotto alcuni ragazzi di circa 15 anni si stanno rivestendo all’aperto dopo un tuffo nelle acque del lago che circonda la città di Vanersborg. Non è il primo episodio singolare, mi è già capitato di vedere tanta gente, di tutte le età che nonostante la pioggia battente, che qui in Svezia cade un giorno sì e l’altro pure, fanno jogging, o conducono a passeggio figli e nipoti rigorosamente senza ombrello, coperti esclusivamente con il cappuccio di un k-way. Poi ho capito. Qui discendono direttamente dai vichinghi e il contatto con la natura e con gli elementi della natura è quotidiano ed è motivo di educazione e di cura costante nell’organizzazione dei servizi. Il mio primo incontro con la Granas Forskola avviene una domenica mattina perché suona l’allarme antincendio e io mi trovo con la preside. Un giardino grandissimo circonda un complesso formato da quattro strutture accorpate a due a due: le sezioni che accolgono i bambini. Fatico ad intravedere la recinzione tra gli arbusti intrecciati. Grosse pietre fanno capolino tra l’erba e invitano ad esplorazioni, salti ed equilibrismi. Un tronco abbattuto, ma non completamente divelto giace a terra ed incuriosisce. Per un attimo mi sembra di trovarmi nella riserva biogenetica di Sasso Frattino, e invece è il parco di una pre-school in cui bambini da 1 a 5 anni imparano ad amare e conoscere il loro mondo naturale. Sebbene potrebbe essere sufficiente vivere nel giardino della scuola per la sua ricchezza intrinseca i bambini una volta la settimana si recano nel bosco per esplorazioni didattiche ed educative. Anzi, prima educative che didattiche. Il bosco si sa non è un luogo sicuro e non può essere privo di rischi, ma si impara a stare attenti e ad avere cura e rispetto per un ambiente che ci è dato in prestito e appartiene anche a chi verrà dopo di noi. Eppure l’incontro più “forte” con la cultura svedese l’ho avuto in altre due scuole ad indirizzo naturale. Ho messo tra virgolette la parola forte perché quello che ho visto mi riporta alla prima descrizione che ho fatto di una normale giornata di pioggia in una scuola italiana: dentro la sezione a guardare l’acqua che cade oltre la finestra. Qui in Svezia sarebbe impensabile. Gli spazi esterni sono strutturati per consentire il trascorrere di una giornata scolastica totalmente all’aperto. Quel totalmente va sottolineato più volte. E altrettanto va sottolineato il fatto che fa freddo, ma come recita il titolo di questo mio intervento, che è la traduzione di un detto svedese, non c’è brutto tempo, ma solo vestiti non adatti. I bambini indossano salopette impermeabili e sopra gli overall (potremmo definirle tute da sci), scarponi pesanti, guanti e cuffia. All’esterno. Perché quando rientrano si spogliano, mettono ad asciugare i panni bagnati in apposite caldaie e restano dentro la scuola privi di calzature. Questa è una particolarità tipica nei paesi nordici, ma del tutto assente da noi. Ha l’indubbio vantaggio di lasciare puliti i locali della scuola, richiede nel contempo pavimenti caldi che in Svezia sono prevalentemente in legno. Anche l’edilizia merita di essere raccontata: io ho apprezzato l’attenzione per ambienti insonorizzanti, i pavimenti come i soffitti e i tavoli sono in speciali materiali che assorbono il rumore e aiutano a tenere bassi i toni invitando alla quiete chi entra a scuola. Nonostante la Svezia sia un paese ricco di energia elettrica prodotta da impianti eolici, in tutti i locali le luci si accendono e spengono automaticamente per evitare sprechi. Le pre school svedesi accolgono bambini da 1 a 5 anni. In media le sezioni sono composte di 13 bambini con 3 insegnanti. Pochissime sono le sezioni miste 1-5 anni. Di norma le sezioni sono così composte: 1-2 anni, 3-4 anni, 5-6 anni. I bambini iniziano la carriera scolastica a 7 anni. Esiste il fenomeno dell’anticipo, ma i bambini che iniziano la scuola Primaria a 6 anni in realtà svolgono l’ultimo anno di pre-school presso i locali della Primary school e non sono ammessi alla frequenza con quelli di 7 anni. Anche il giardino – pardon parco naturale – della scuola è suddiviso e strutturato per le diverse fasce d’età. Prevede per i più piccini di 1- 4 anni anche uno spazio coperto costituito da una capanna in legno con tetto molto basso dove dormire. All’interno vi sono materassini in gommapiuma sui quali i bambini completamente vestiti si stendono per riposare. Vi sono un braciere dove accendere un fuoco per scaldarsi quando è molto freddo e una tepee dove ripararsi in caso di pioggia o neve e dove poter consumare il pranzo. Diversi gli workshops organizzati: grandi costruzioni con pneumatici da autocarri, pallets, tubi metallici, travi in legno…, piccole costruzioni con sassi, mattoni, barattoli in alluminio…, condotte per l’acqua dove sperimentare il galleggiamento/affondamento, cavalletti e tavoli per pittura, orto. Il giorno della mia visita ci sono 2 gradi celsius. Questo non impedisce ai bambini e alle loro maestre di svolgere una normale giornata scolastica all’aperto. Bambine e bambini di 5 e 6 anni sono seduti attorno al fuoco, la legna sono andati a raccoglierla insieme alle maestre in previsione che la temperatura scendesse. Stanno conversando. Il tema è l’acqua. Cosa si può fare con l’acqua? I bambini fanno le loro ipotesi e poi si mettono al lavoro. C'è chi fa scorrere l'acqua dal rubinetto, la raccoglie in contenitori di diverse dimensioni per poi portarla nel surgelatore della scuola ed osservare cosa succede; chi scava un condotto nella sabbiera e vi versa l'acqua per costruire un canale; chi con chiodi e martello monta oggetti per poi sperimentare galleggiamenti e affondamenti; chi cerca nel boschetto elementi naturali utili alle costruzioni.
Per tutta la mia permanenza a Vanersborg ciò che mi è mancato di più è stata la lingua italiana. Ma la mancanza della mia lingua madre è stata anche la mia fortuna. Senza la parola a suggerire significati ho dovuto prestare più attenzione a ciò che mi circondava. Prossemica e gestualità mi hanno mostrano molto di più di quanto avrebbero potuto descrivere le parole. Lo svedese è rimasto in sottofondo come una sorta di musica che accompagna, ma non spiega. Mi ha mostrato cosa probabilmente deve sorprendere della nostra scuola un genitore o un bambino che proviene da un’altra cultura. Un giorno è avvenuto un fatto che mi è rimasto nel cuore e che ho portato con me in Italia. Qualcosa che mi hanno insegnato i bambini e cioè che la diversità nella lingua, spesso, non rappresenta un problema di comunicazione. Mi trovo nella sezione Bullerby che accoglie bambini da 1 a 2 anni. Una bambina è arrivata a scuola da poco, ha 1 anno e 4 mesi e in mano tiene stretto il piccolo libro che ha portato con sè da casa e che le permette di separarsi dalla mamma. Io non parlo svedese, lei non comprende l'italiano. Mi prende per mano, mi invita a sedermi per terra, mi sale in braccio e mi consegna il suo libro. Glielo leggo in italiano affidandomi alle figure, lei segue con il suo ditino e vocalizza. Un’altra bambina incuriosita dalle sonorità della lingua si avvicina, si ferma per un momento in piedi, di fianco a me, e poi mi viene in braccio e ascolta attenta. A dimostrazione che un’immagine, un gesto e un suono possono bastare per incontrarsi e stare insieme.
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