|
 |

Sulla valutazione degli alunni: giudizi e voti
|
|
|
(Boselli, Botti, Dossena, D’Imporzano, Forcieri, Montagna, Pace, Ughetti)
Nella lettura del decreto 137 e nella successiva l. 169/2008 devono essere valutati con attenzione i significativi cambiamenti apportati alla valutazione degli alunni. Questo passaggio è importante e non può essere affrontato alla leggera, senza una profonda analisi su cosa un giudizio e un voto significhino. Nell’intento di contribuire alla riflessione delle scuole, il gruppo costituito in Parma esprime in questo scritto –in attesa dei regolamenti e delle circolari applicative della normativa sopra accennata- qualche parere intorno alla valutazione degli alunni, con riferimento anche a quella secondo parole e giudizi o secondo numeri e voti. Sono considerazioni dovute sia alle ricerche e agli studi cui hanno partecipato i membri del gruppo sia alle loro esperienze di docenti e dirigenti. Si riferirà di quelli che sembrano essere i vantaggi e gli svantaggi, i rischi e le opportunità di entrambe le formalizzazioni del valutare.
Parola e numero
Anche se di rilievo, la differenza tra voti o giudizi non è radicale: trattasi sempre e comunque di condensazioni di attribuzioni di valore, augurabilmente non unilaterali ma intersoggettive. La prima differenza è inerente alla tipologia formale dello strumento. E’ ipotizzabile che, nei confronti dei genitori e degli stessi ragazzi (o anche di noi stessi), non ci si possa nascondere dietro il velo del voto né, nei giudizi, dietro un gergo "tecnico". E' noto che un linguaggio non é solo confezionamento esterno di un prodotto; fa il prodotto stesso. Si dice quel che il linguaggio adot-tato ci fa dire e la sua identità o anonimia fanno la valutazione. La parola è intimamente situata nella storia, esprime dei volti e delle relazioni intersoggettuali, contiene (e normalmente esplicita) margini di polivalenza, di ambiguità, di in-definizione; delimita debolmente un campo semantico elastico, agile, variabile; accorda crediti; concede proroghe. La parola apre, espone; attrae il soggetto verso l’intero campo del possibile. Il numero è normalmente percepito come in una bolla sospesa dalla vicenda educativa, “nome” di qualcosa di oggettivo, forma stabile di identità permanenti, sovrapponibili e interscambiabili; è percepito o almeno presentato come indipendente da chi enumera, univalente e univoco, preciso, esattamente definito, inelastico, inflessibile. Riflette –si opina- quel che c’è al momento e basta; è dichiaratamente aintenzionale e “protettivo” dell’esistente e –porto da solo, senza adeguata illustrazione- rischierebbe di essere archiviativo del possibile.
Comunque, atti linguistici
Il rispettivo potenziale del numero e della parola si riflette sul giudizio e sul voto. Essenzialmente, il giudizio guarda in volto ed esprime il “come ti vedo”, il voto guarda il prodotto e aspira a riprodurre il “cosa vale il tuo agire”. Per questo a molti genitori e a non pochi insegnanti il voto piace, sia per il suo effettivo valore sia per il suo porsi come tante cose che solleticano la nostalgia, sembrano rafforzare l’autorità e, a onta della loro reale complessità, appaiono semplici da emettere e da capire. Molti studiosi non vedono invece positivamente il ritorno ai voti. Per alcuni di questi, la valutazione, ovvero il “valutare in azione” non appartiene ai numerabilia, non ha pretese oggettivistiche. Il “conoscere secondo idee di valore” é ampiamente visto come atto linguistico di: a) continua riconfigurazione delle conoscenze; b) riflessione: non possiamo raccontare di nulla che ci sia assolutamente esterno ma solo di eventi di cui siamo in qual-che modo parte; c) conoscenza trascendentale: il sapere non é della cosa ma di qualcuno (soggetto individuale o collettivo) che, entrato con essa in relazione, ne acquisisce coscienza attraverso la consa-pevolezza di sé e dell'altro nel loro reciproco essere ad altro, entro il quadro delle forme delle aree disciplinari. d) atto storico in quanto rappresentazione della cosa nelle forme in cui essa sì da e può essere pensata in un particolare momento. e) dinamica intellettuale continua, essenzialmente instabile, organicamente esposta al dovere della scelta di provvisorie configurazioni.
Osservare davvero
L'osservazione –da cui si deve partire in ogni atto valutativo- non é mai oggettiva. Se non nel mondo degli eventi fisicamente rilevanti: se si tratta di osservare per contarli tutti gli oggetti stellari di magnitudo 11, un computer ben programmato può svolgere in poche ore il lavoro osservativo equivalente a quello che un uomo svolgerebbe in mille anni. Applicati al di fuori degli eventi materiali, estesi alle scienze dello spirito, i criteri osservativi "automatici" finiscono per far osservare solo quello che si vuole e per escludere quanto non entra nei protocolli osservativi . "Con l'osservazione fenomenologica cessa lo sguardo naturalistico sull'uomo che lo oggettiva riducendolo allo statuto della cosa osservata e prende avvio quella ricerca di senso che ogni biografia, per il solo fatto di essere umana, inevitabilmente esprime". (da: Umberto Galimberti Dizionario di psicologia, UTET '93, voce: osservazione).
Le strutture sincroniche (e inevitabilmente sinottiche) della descrizione non possono render ragione di esseri che non sono ma divengono e divengono dentro e a un flusso temporale, a un senso (tendenza evolutiva dei fenomeni). L'osservazione –comunque essenziale- deve pertanto non descrivere ma raccontare, esplicitando il narratore. La “fotografia” del voto deve accompagnarsi con la “cinematografia” della vicenda dell’apprendimento.
Natura e limiti del “giudizio” come del voto
Emettere giudizi o distribuire voti –in ogni campo e se non costituiscono un mero fatto di potere- rappresentano atti di intersoggettivo stabilimento di valore. Ogni soggetto individuale o collettivo rappresenta a suo modo il mondo, gli eventi, il "reale" e la relativa immagine -mediata attraverso concordati con i gruppi di riferimento- dipende da lui come dalle aree osservate. Con il giudizio come con il voto, l’insegnante contribuisce a costruire la realtà, inevitabilmente (ma consapevolmente e responsabilmente!) in-formandola della propria identità. Il “giudizio” fenomenologico é un approccio
"spostato dalla credenza ingenua nelle cose e nelle persone come realtà indipendenti dai fatti di coscienza, e quindi (volto a costruire) strutture trascendentali" (R.Massa in "Sugli usi della fenomenologia nella pedagogizzazione attuale" Enciclopaideia, n.2/97).
Il docente dovrà comunque essere sostanzialmente attento e rigoroso sia con le parole che con i numeri. Con attenzione al possesso delle nozioni essenziali (generative di conoscenze ulteriori) come fondazioi solide delle capacità elaborative, critiche e creative.
Strumenti La misura –per cui meglio si presta il voto- é sempre strettamente dipendente dal metro di riferimento, dal sistema di valori dell'individuo o del sistema che valuta. I giudizi utilizzano uno strumento "naturale", prodotto di una cultura tanto storicamente fondato e fondante da divenire natura: la lingua materna. Seguirla é ritrovarsi umilmente con le possibilità e i limiti della propria intelligenza dell'altro e del suo agire culturale. Nella sua complessità, il linguaggio ordinario del dotto (stiamo infatti parlando di insegnanti) può render ragione. Alcuni modelli di registro prevedono già per ogni alunno spazi in cui annotare le nostre osservazioni e interpretazioni esplicitando le nostre impressioni di valore. In alternativa può andar bene anche un semplice quaderno a righe di quinta. Comunque, gli insegnanti sono disciplinati e opereranno egregiamente con ogni strumento che arrivi da Roma.
Valutare mettendoci la faccia, in modo onesto e chiaro
Molti genitori, nei primi tempi di introduzione dei giudizi, chiedevano a quanto il giudizio corrispondesse in voto numerico. Ora probabilmente succederà il contrario. Occorre sdrammatizzare, far capire che anche i voti numerici sotto il 6 –grazie anche all’impegno dei docenti, passano e possono arrivarne di migliori; va sempre riaffermato il carattere contingente e relativo alla prova, insieme alla fiducia nelle possibilità del ragazzo. Essendo meglio sempre una consapevole parzialità di un'og-gettività necessariamente fa-sulla, é meglio un linguaggio personale di uno stereotipato. Compilato diligentemente il documento ufficiale, si parli e si scriva dunque più secondo noi stessi che secondo l'anonima identità collettiva. Comunichiamo anche a voce, sempre mostrando il volto, senza schematismi "professionali", non dissimulando le difficoltà e i conflitti in noi attivati dal valutare.
Il voto di condotta (paragrafo principalmente riferito alla scuola secondaria)
a) Profilo psicologico della valutazione
Una delle caratteristiche fondamentali dell’età evolutiva è l’assunzione d’identità, intesa come l’insieme delle rappresentazioni che una persona ha di se stessa. Viene elaborata anche in relazione all’idea e ai “suggerimenti” che gli altri manifestano; l’identità nasce dal rapporto dell’individuo, nella sua soggettività e nella sua storia, con gli altri. Gli altri con le loro conferme e disconferme, valorizzazioni e disconoscimenti incidono sulla costruzione dell’identità, nelle sue diverse sfaccettature. Chiaro dunque l’alto livello di responsabilità che un adulto (insegnante o genitore) si assume nel dare giudizi di valore che, nel caso del voto di condotta, non investono solo un particolare aspetto del conoscere, ma la persona nella sua interezza. Il voto di condotta assume quasi la valenza di un giudizio morale. L’esperienza quotidiana all’interno delle aule ci insegna che è possibile individuare tre tipi di possibili “condotte”:
• Ragazzi che esprimono comportamenti con difficoltà di ascolto (dell’insegnante e dei compagni), di attenzione, scarso autocontrollo ed incapacità di adattarsi al contesto e alle regole presenti. • Ragazzi che disturbano insistentemente, che manifestano comportamenti impulsivi. • Ragazzi che evidenziano un disagio personale e/o sociale con manifestazioni aggressive, atti vandalici, incapacità di porsi dei limiti, isolamento ecc.
La riflessione sui possibili modelli di intervento porta alla riscoperta di strumenti educativi riparatori, da affiancare o sostituire al momento sanzionatorio. Da una parte l’eventuale provvedimento per l’infrazione di una regola, dall’altro un momento educativo di riflessione che permetta al ragazzo di elaborare l’evento stesso. La scuola deve recuperare una sua funzione importante che è quella di spiegare il senso e il valore delle regole e far capire il valore della disciplina nella creazione di una società civile e democratica. b) Profilo operativo La novità, contenuta nell’articolo 2 del decreto legge n.137 dell’1/9/2008 porta due disposizioni innovative: -il cinque in condotta determina l’automatica bocciatura o la non ammissione agli esami (anche quando il profitto è sufficiente nelle varie discipline); -la valutazione del comportamento “concorre alla valutazione complessiva dello studente”. La tradizione vedeva separati l’ambito del profitto da quello del comportamento, infatti lo statuto degli studenti recita”nessuna infrazione disciplinare connessa al comportamento può influire sul profitto”(art .4 comma 3) . Ora oltre ad influenzare l’esito finale, facendo media, pare debba finire per incidere per incidere sulla valutazione complessiva. Una questione non del tutto definita dal decreto è quella relativa ai presupposti necessari per valutare il comportamento in modo insufficiente. Il comma 3 dell’art 2 prevede delega al ministro che dovrà indicare con proprio decreto ”i criteri per correlare la particolare e oggettiva difficoltà del comportamento al voto di condotta”. Nel frattempo le linee guida a cui riferirsi rimangono quelle dello statuto degli studenti, quindi il consiglio di classe dovrà considerare, al fine del 5 in condotta, eventuali reati gravi che violassero la dignità e il rispetto della persona umana, la sussistenza di situazioni di pericolo per l’incolumità delle persone connotati da recidiva, atti di violenza grave tali da ingenerare un elevato allarme sociale. Bisogna inoltre ricordare che in sede di scrutinio intermedio e finale viene valutato tutto il periodo di permanenza scolastica, anche in relazione alla partecipazione alle attività ed agli interventi educativi realizzati dalle istituzioni scolastiche anche fuori della propria sede.(art 2 decreto legge 137 /2008. Nell’insieme questa parte dei provvedimenti s’ispira ad alcuni criteri certamente positivi: affermare il principio dell’autorità morale della scuola, quale titolare del diritto-dovere di premiare o sanzionare lo studente sulla base di un criterio etico che valuta nel merito il suo comportamento personale, sociale e civile; Affermare il principio della natura formativa della scuola per infondere negli studenti la cultura della legalità e del senso civico, al fine di favorirne la crescita quali cittadini che condividono il bene comune e s’impegnano per la realizzazione dell’interesse generale della collettività. Tuttavia questi provvedimenti e questi criteri rischierebbero di rivelarsi inefficaci o controproducenti se non venissero inquadrati in una concezione condivisa della persona, della società e della vita, se non fossero iscritti in un contesto di regole, valori ed identità collettive, a cui fare riferimento per avere la certezza della fondatezza e dell’efficacia delle specifiche scelte operative in un percorso di costruzione e di crescita di un ideale che ci rappresenta, in cui crediamo e che perseguiamo con convinzione e determinazione. Ad esempio: ci sarà un criterio unico a livello regionale o nazionale nell’attribuzione del 5 in condotta o sarà demandato alla discrezionalità del singolo docente o del singolo istituto scolastico la definizione dei parametri valutativi? Oppure non ci saranno proprio dei parametri valutativi formali e ufficiali e quindi i singoli casi verranno affrontati separatamente e differentemente, facendo prevalere le considerazioni contingenti rispetto ai principi? E qualora non ci fossero dei parametri univoci a livello regionale o nazionale, su quali basi si attribuirà il 6 o il 7 o l’8 o il 9 o il 10 in condotta? Lo sforzo della nostra commissione è teso a interloquire sulle interpretazioni affinchè la scuola sia davvero per ciascuno il luogo dove comportamenti di equità realizzano la giustizia e, con essa, pari opportunità di un’esistenza armonica e felice.
Conclusioni -La restituzione degli elaborati e tutti gli atti valutativi devono avvenire prima possibile ed essere illustrate adeguatamente: ne guadagneranno autorevolezza e percezione di equidistanza del docente.
-Le prove, scritte e orali devono essere il più possibile varie e differenziate. Il loro esito non sarà solo oggetto di presentazione, ma di dialogo. Concorreranno a disegnare intersoggettivamente il profilo dell’alunno. Pertanto i voti, o i giudizi che siano, condenseranno e motiveranno l’attribuzione di valore; potranno rappresentare per il ragazzo un momento di presa di consapevolezza delle proprie possibilità e dei propri limiti. Attraverso la fase diagnostica, di potenziamento e recupero, il voto o il giudizio denoteranno anche lo sforzo della scuola di una valutazione formativa.
- In attesa delle circolari applicative e del prevedibile piano di formazione, si potrà iniziare a sperimentare i voti accompagnandoli però ai “vecchi” giudizi. In questo modo anche i ragazzi e le famiglie saranno meglio preparati al cambiamento.
-Compilare i documenti ufficiali che arriveranno avendo ferma la consapevolezza della loro valenza effettuale.
-Non valutare reattivamente (tipo: “sei stato vagabondo e cattivo, adesso ti metto a posto io”) ma proattivamente (“quel che hai fatto o non fatto non è buono ma potrai fare di meglio”) avanzando una proposta della regola come via per l’attuazione di sè.
-Ipotizzare la presenza di una Funzione Strumentale che faccia capo a una commissione, in cui siano rappresentati docenti di tutte discipline e ordini di scuola, preposta alla valutazione degli apprendimenti e degli alunni. Da queste riunioni o gruppi di lavoro potranno venire tabelle valutative, in cui ai numeri corrisponderanno giudizi valutativi.
-All’interno delle varie aree disciplinari si concorderanno la varietà delle prove (scritte, orali, test, prove di comprensione…) Tutto ciò potrà essere analizzato in tre fasi, con attività: • diagnostica (prevalentemente in settembre – novembre) • individuazione dei differenziali di conoscenza (attivazione recupero e potenziamento; per classi o gruppi di livello a classi aperte) • verifica valutazione in itinere verifica e valutazione sommative e formative
-Esplicitare nel POF le azioni adottate in merito alla valutazione
-Occorre in particolare che il Consiglio di classe e il team docente soppesino adeguatamente il voto di condotta, che ora influenza in modo importante il risultato finale e, al limite, può portare alla bocciatura dell’alunno.
-Tenere un diario che racconti la nostra percezione dell'incontrarsi dei ragazzi con se stessi, con gli altri e con i saperi. Magari anche un altro diario per vedere come questo è fatto dalla scuola nel suo complesso.
-Voti e giudizi non servono tanto a riflettere lo stato presente quanto a disegnare il futuro, costituire una “profezia” almeno in parte destinata ad adempiersi. Attribuire dunque voti e giudizi non solo come risultanze del valore delle prestazioni ma –soprattutto- come indicazioni positive di valore e di fiducia nelle possibilità del ragazzo come intero. Questi è in fase intensamente evolutiva e, anche laddove non lo mostri, vi crederà.
|
|
 |
|
 |
|