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Sezione Fondazioni


Cultura religiosa, laicità e il loro incontrarsi nel magistero dell'indicare
Per una riflessione sulla fondazionalità generale del testo religioso. Relazione tenuta al convegno per insegnanti di religione della Diocesi di Rimini, 28 novembre 2011






di Agostina Melucci

Sintesi

La scuola è luogo di formazione di strumenti di libertà; libertà, secondo Costituzione, di essere, di intendere, di fare; anche libertà da ogni confinamento improprio nello spazio e nel tempo. L’uomo vive per una infinitesimale parte del tempo dell’universo ma i testi (sacri, scientifici, letterari) estendono il vissuto ben oltre il tempo cronologico, lo aiutano a guardare oltre.
Il significato essenziale della cultura religiosa nel tempo della globalizzazione e della pluralità –auspicabilmente destinata a tutti, non solo ai credenti, insegnata da tutti gli studiosi di teologia, non solo dai credenti- è l’apertura integrale di ogni alunno alla vastità del conosciuto e ai processi della conoscenza; ma anche al mistero, all’infinito così come intravedibili attraverso la storia dell’uomo. Attraverso una scienza, la teologia, su cui per un millennio e mezzo di storia si sono incardinati tutti i saperi d’Occidente e che ancora costituisce la struttura sintattica profonda (syn-taxis, vettrice d’orientamento all’Intero) di ogni tipo d’intelligenza del mondo visibile e invisibile.

Parole chiave: religione, pluralità, laicità, dialogo, infinito

Abstract

School is a place where freedom tools are shaped. Freedom, according to the Italian Constitution, to be, to think, to do; also freedom from any improper space and time limitation. Human lifetime is fleeting, but books (holy scriptures, scientific texts, literary works) expand it far beyond chronological time, and help men to look further.
The essential meaning of religious culture, which is, in theory, designed to everybody, not just to believers, and taught by everybody, not just by theology scholars, is the complete openness of mind of students to the extent of knowledge and to knowledge processes, but also to mystery and to the idea of infinity, which is what the whole story of mankind is about. All this can occur by means of a science, theology, on which for a millennium and a half the whole western culture has been based and which still represents the deep syntactical structure (syn-taxis, i.e. vector leading to Oneness) of any kind of intelligence belonging either to the visible and to the invisible world.



1. L’immagine di ciò che è del mondo e di quel che è di Dio

Propongo di considerare la questione, ossia il rapporto tra cultura religiosa e universi semantici della laicità, attraverso quattro linee interpretative: confusione, conflitto, distinzione, dialogo, raccordo, reciproco riconoscimento di valore.
Nel mondo antico e in alcune delle attuali forme contemporanee di vita e di concezione religiosa, sacro (da sacer, appartenente al dio) e profano (il non sacro), religioso e mondano, erano/sono pressochè confusi. Ad esempio il pontifex era autorità civile e religiosa insieme. Nel periodo dell’impero romano l’imperatore era anche dio. Successivamente il Vicario di Cristo ha rappresentato anche il massimo potere politico. In Cina e in India –sedi dell’Impero prossimo venturo- l’autonomia era assai rara e di solito prevaleva la soggezione del sacerdote al potere politico/militare. Anche in Europa, tuttora il capo della Chiesa d’Inghilterra è la Regina.
Tornando al mondo antico, non è che non esistessero luoghi separati e ritenuti “case” di un essere superiore, ma esisteva un continuum fra sacro e profano che legittimava la commistione e spesso l’interferenza di dominio fra lo spazio religioso e lo spazio politico e mondano.
L’evoluzione politica e culturale dell’Occidente nella modernità riprende una distinzione introdotta da Cristo stesso tra ciò che è di Cesare (la mondanità, la dimensione dell’immanenza) e ciò che appartiene a Dio (a un essere trascendente il mondo). Ma ciò non impedì le “guerre di religione”.

2. Confusione (matrice di conflitto) e consapevole inerenza

L’odierna definizione configurativa tra “laico” e religioso in sociologia della religione ricalca la distinzione ontologica tra sacro e profano, assume gli esiti di due millenni di conflitti tra concezioni teologiche, giuridiche e politico-economiche opposte. Conflitti perduranti in alcuni luoghi del mondo, specie in Africa con frequenti stragi di cristiani e in medio Oriente con il soffocamento delle religioni non islamiche.
In Europa –pur con tutte le emergenti antinomie della globalizzazione- la distinzione moderna riesce ancora ad amministrare aspetti della vita politica e morale e religiosa di una società intimamente produttiva di conflitti, specie quando uno dei termini voglia affermare la sua fondatività rispetto all’altro: se lo Stato o le organizzazioni ecclesiastiche non delimitano la propria competenza e si ritengono assoluti (sciolti da ogni vincolo e non soggetti a reciprocità) i conflitti si rinnovano. E’ anzi probabile che non verranno, in qualche misura, mai meno e forse saranno resi più gravi dalla crescente differenza e diversità delle culture ospitate.
Grande, comunque è la confusione e anche nella contemporaneità fiorisce l’assolutizzazione del profano, si affermano nuovi idoli, nascono semidei (non a caso chiamati “divi”), si erigono nuovi templi (es. gli ipermercati, ove i devoti si recano almeno settimanalmente). Antiche edicole religiose sono coperte da cartelloni pubblicitari.
Come si vede, dunque, conflitti e potenziali sinergie che di tanto in tanto si accendono anche nella scuola hanno una storia e una dimensione assai più ampia delle mura delle aule. Come possono convivere –nel rigore della distinzione- il sacro e il profano, l’atteggiamento religioso e quello totalmente secolarizzato? Non intendo certo dare una risposta, ma solo cercare di riformulare in modo più evoluto lo stato della domanda.
In un’aula coesistono e con varia intensità convivono diverse fedi e non fedi e diverse disponibilità ad accettare quelle altrui. Certamente la scuola di Stato è laica, non solo nel senso che non è esercitata da chierici ma anche in quello che ha un orizzonte valoriale aperto a una pluralità di credenze e di valori con un minimo comune denominatore indicato nella Costituzione.

3. L’orizzonte costituzionale

La Costituzione italiana, all’art. 19, riconosce in modo ampio la libertà di religione. Essa viene intesa come libertà di fede religiosa per evidenziare il diritto di ogni individuo di professare la propria fede e di farne propaganda. La libertà di religione viene intesa inoltre come libertà di pratica religiosa, perchè comporta il diritto di esercitarne in privato o in pubblico il culto, cioè di svolgere e di prendere parte a preghiere e riti religiosi. Questa seconda libertà trova un unico limite: non deve trattarsi di riti religiosi contrari al buon costume.
La disciplina della libertà religiosa è collegata a diversi altri principi costituzionali: innanzitutto il principio di eguaglianza che vieta qualunque discriminazione tra gli individui a causa della religione professata. Nel primo comma dell’art. 8 della Costituzione si afferma infatti che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”.
L’articolo 7 inoltre detta una particolare disciplina dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica: “Stato e chiesa cattolica sono, ciascuno per il proprio ordine, indipendenti e sovrani". Pertanto gli articoli 7 e 8 vanno considerati nel loro insieme come la regola fondamentale del sistema di relazioni tra lo Stato e le confessioni religiose, nella scuola di Stato come altrove. Lo Stato, per regolare le relazioni con le varie confessioni religiose, legifera non direttamente e unilateralmente, ma attraverso patti e intese.

4. I Concordati del 1929 e 1984

I rapporti con la Chiesa cattolica, sono basati ancora, principalmente, sul sistema dei Patti Lateranensi stipulati nel 1929 (firmatari Gasparri e Mussolini), conclusivi di un lungo periodo di tensioni e conflitti: garantiscono alla Chiesa un piccolo territorio di sovranità, il cui l’esercizio religioso e i suoi attori non rispondono in alcun campo a nessun’altra autorità esterna. I rapporti con le confessioni diverse da quella cattolica sono regolati da leggi dello Stato emanate sulla base di una previa intesa con le rappresentanze delle varie confessioni presenti nel nostro paese.
L'Accordo di revisione del Concordato (firmatari Casaroli e Craxi), concluso dall'Italia e dalla Santa Sede nel 1984, ha eliminato il principio della religione cattolica come religione di Stato, rafforzando così nel nostro ordinamento il principio di laicità: questo principio deve essere inteso non come indifferenza verso il fenomeno religioso: lo Stato, rimanendo laico, riconosce comunque l’ importanza al fenomeno religioso. Un fenomeno comunque costitutivo della sua storia.
E’ sancito il principio della separazione dei rispettivi ordinamenti e della rispettiva indipendenza. Viene riconosciuta, inoltre, la piena autonomia delle confessioni diverse dalla religione cattolica e il loro diritto di organizzarsi adottando liberamente propri statuti, che non devono essere in contrasto con i principi fondamentali dell'ordinamento giuridico dello Stato.
Il principio stabilito dall’articolo 8 – tutte le confessioni religiose sono libere davanti alla legge - rappresenta uno dei cardini dell’ordinamento giuridico italiano che si basa sul sistema del pluralismo delle confessioni religiose e sulla libertà religiosa, individuale e collettiva. E, come è affermato anche nella carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione dell’aprile 2007, “l’Italia favorisce il dialogo interreligioso e interculturale per far crescere il rispetto della dignità umana e contribuire al superamento di pregiudizi e intolleranza".

5. La condizione laica

Laico non significa solo “non sacerdote”, non-custode di un sacro assolutamente precostituito. Ma laicità non significa neutralità valoriale né indifferenza al senso della vita umana e al mistero in cui questa accade. Laico non tanto è colui che dichiara di non professare alcuna fede, sia religiosa che non; laicità è abito mentale di chi non ha rifiutato il calice dell’incertezza propostogli dai saperi della modernità e si assume la responsabilità della scelta, il consapevole rischio di potersi sbagliare. Laico è chi non riposa su un granitico sistema di certezze ma –attraversato da dubbi- sceglie di prendere l’incerto sentiero indicato da una costellazione di stelle autonomamente individuata. Laico è anche il credente che si orienta secondo una fede “adulta”, non fideistica; parimenti, il buon laico non è laicista, è attento alle prospettive religiose sull’esistenza.
Laico è chi è impegnato nello sforzo costante di guadagnare una prospettiva sull’Intero la più alta possibile. Il nostro sguardo sul mondo avviene sempre attraverso lenti; è però nostro dovere che le lenti siano limpide. Laicità è capacità di credere nei propri valori sapendo che ne esistono altri, anch’essi rispettabili purchè tengano conto dei diritti inviolabili della persona. E’ consapevolezza che senza idee non c’è possibilità di esistenza autentica e nel contempo queste vanno intese come vie verso una ricerca incessante e non come procedure di archiviazione e applicazione.
Anche l’ atteggiamento laico è espresso da chi ha valori e agisce per promuoverli; ma nella sfera mondana non fonda tali valori sul dettato divino, così come si svolge nell’interpretazione di una chiesa, ma su un’eredità di atti, tradizioni e leggi formati nel corso della storia umana e interpretati con una propria autonomia. Il religioso parte dalla rivelazione, da una manifestazione diretta di Dio nella storia, di un Dio che entra nella storia e detta i comandamenti.
La questione ermeneutica è a questo punto essenziale. C’è chi interpreta il dettato divino come fondamento immutabile e chi lo interpreta come fondazione, ovvero come eredità attiva, dinamica, serie di linee di attrazione che portano la persona ad agire nel contempo per il mondo e per il suo Dio. In entrambi gli approcci agiscono agilità intellettuale e onestà.

6. La via del dialogo

Ciò che va evitato è l’idolatria e la dissacrazione, il fanatismo religioso come quello ateistico. Ognuno di noi propone la propria visione del mondo e della vita in modo esplicito mostrando il volto, esplicitando le origini, manifestando le proprie certezze o le proprie semplici speranze. Ci si riconosce reciprocamente. Inerentemente alla convenzione per cui non c’è oggettività assoluta, ma può esservi consapevole soggettività, occorre attenzione, ascolto, apertura, riflessione, delicatezza; occorre percorrere sempre la via infinita del dialogo. Altrimenti è il conflitto.
Occorre evitare ogni tipo di schematismo, sia il laicismo che può essere arroganza intransigente sia il clericalismo invadente. Le posizioni devono essere franche, aperte, dove ognuno sente l’altro come interlocutore da cui imparare e non da svalutare, da temere o verso cui esprimere solo un’accondiscendenza di facciata.
Arturo Carlo Jemolo, insigne giurista e maestro di libertà, cattolico fervente, sapeva che il Vangelo può ispirare una visione del mondo e dunque muovere l’agire, ma non può tradursi direttamente in dettato legislativo. Si preoccupò di tenere rigorosamente separati –allora il problema era solo quello- il diritto della Chiesa cattolica da quello dello Stato.
Negli scenari della globalizzazione il problema è evitare che il dettato di qualche corrente religiosa sia imposto in vari luoghi come legge dello Stato.

7. Carattere fondazionale della ricerca teologica e necessaria umiltà della proposizione sul numinoso

A mio avviso (tutta questa mia relazione, anche quando uso altri modi verbali, è pensata al congiuntivo, il modo verbale dell’inter-rogazione), la cultura che la scuola trasmette e le stesse discipline che insegna sono intrise dei valori del cristianesimo, essendo eredità di 1500 anni in cui la teologia rappresentava la scienza in cui tutto il sapere era incardinato. In ogni sapere contemporaneo riverbera la potenza fondazionale dei secoli in cui la teologia era la scienza regina. Anche la pedagogia e parte degli ordinamenti scolastici sono ispirati dal cristianesimo: i principi di uguaglianza, fratellanza, accoglienza, tradizione. Principale espressione in tal senso è la parte legislativa inerente l’integrazione scolastica degli alunni in situazione di handicap e degli immigrati.
Quel che deve differenziare una scuola di Stato da una a forte vocazione identitaria, sia essa religiosa o altro, è la non affermazione delle proprie tesi come assolutamente vere, come incontrovertibile sistema di certezze. Come patrimonio che si ha il dovere di offrire e la semplice facoltà di accettare o sottrarvisi. La certezza non appartiene alla visione del mondo che una scuola di Stato può evocare nei propri alunni, anche perché nemmeno le proposizioni delle scienze del mondo fisico appaiono oggi certe. Non ritengo auspicabile una scuola in cui si ritenga plausibile un’unica voce; è nella fatica e bellezza dell’eterogenità che l’anima si forgia. E questo può accadere o non accadere in scuole del più vario modello di gestione.

8. ..e in ogni aula un Crocifisso, una Bibbia, un insegnante/Maestro

Ciò che è dato (documenti, simboli, immagini, costruzioni) è dato e deve avviarsi un processo di comune riconoscimento; poi c’è il processo interpretativo e proiettivo che costituisce i fatti in atti, espande e personalizza i significati.
In ogni aula d’Europa stia dunque il crocifisso come simbolo di due millenni di storia, addensamento materiale di due millenni di dolore, di emersioni dal dolore, di persecuzioni e liberazioni, di interrogazioni su ciò che sta oltre tutti i cieli. Il Crocifisso è un testo che tutti ereditiamo nascendo in questa terra. Poi c’è la Bibbia, il libro all’origine di tutti i libri (piuttosto negletto per la verità) e poi c’è un insegnante che a volte riesce a essere un maestro il quale può essere legittimamente convinto che Dio sia o non sia, che esista e che non esista; vi è una persona che nutre la certezza del nulla dopo la morte o quella di una vita eterna; vi è il di-sperato e chi spera, anche se non è certo, di poter incontrare nell’altrove le persone amate.
La pluralità delle posizioni personali non può però confliggere con il dovere di illustrare il carattere fondazionale e non fondativo dell’eredità religiosa, come struttura culturale essenziale della cultura, della costellazione dei valori essenziali della nostra Civiltà.

9. Far cenno verso l’alto

Gli insegnanti da sempre operano su molti fronti; non possono ignorare un versante singolarmente critico della cultura (costellazione di valori) dell’esistenza umana: i fenomeni e le figure della vita religiosa, la distensione ad infinitum dell’orizzonte degli eventi.
Il testo religioso può essere contestato, non ignorato. Assunto non per fare catechesi, ma per inter-rogare come oggetto culturale una essenziale struttura di pensiero, per inter-rogarsi sul sentimento che porta -insieme alla filosofia, musica, poesia e all'arte- a proiezioni sull’infinito e a scoprire quel che la religione e la sua scienza -la teologia- hanno significato nella storia della cultura e delle scienze d'Occidente.
La conoscenza religiosa, insieme alla musica, alla poesia, ha molto da dire e in modo profondo sui grandi interrogativi dell’esistenza: la fragilità e la forza della condizione umana, il dolore, il male, la sofferenza, la gioia, la morte, la speranza, figlia virtuosa dell’incertezza. A partire dalle scritture sacre come da quelle che non dichiarano un'ispirazione divina, Dio è narrato (non "dimostrato") come l’insieme del reale e l’Ente che è pensato da millenni come punto di origine e conversione, termine in cui vengono a collimare tutte le direzioni di senso.
Ma introdurre ai fenomeni religiosi della vita è primariamente aprire ai ragazzi uno squarcio sul velo dell'apparenza (oggi principalmente elettronica) per gettare insieme lo sguardo oltre i confini del visibile e del contingente. La persona umana va protetta e difesa dall’alienazione dell’incultura religiosa poichè è un “frammento del futuro”, una creatura (Schillebeek) nel senso etimologico del termine: una entità che non è stata ma sarà creata, nell’infinito processo in cui Dio distende il proprio essere.
Insegnare la religione come forma di cultura (costellazione di valori) non è –penso- compito dei soli insegnanti di religione. Si può aver fede o no, ma la “processione verso l’eterno” (Filone di Alessandria) è comunque un invito su cui riflettere tutti. Cultura è anche intendere (tensione interna/esterna) i vissuti culturali della trascendenza.
La scuola non appartiene esclusivamente all’epoca, non può essere integralisticamente “secolare”. Pensa anche nelle forme della contingenza storica ma attraversa l’epoca “epochizzandola”, mettendola tra parentesi, esperendola e traendosene fuori, con l’eredità dei millenni trascorsi e la proiezione/profezia verso quelli venturi. Pensa quel che sta entro l’orizzonte e l’attualità ma sa anche indirizzare lo sguardo oltre l’ultima stella, a prima del “fiat lux” come a quando la vicenda di tutti gli universi sarà compiuta. E’ anche u-topia. L'utopia (attrazione per il non-luogo che sta oltre l’heideggeriano qui e ora) dà senso alla vita perchè esige che la vita abbia un senso e in tal modo lo costruisce. Il lontano e il vicino, l’ideale e il possibile non sono in contrapposizione ma possono sorreggersi e correggersi a vicenda (C. Magris).
Il destino di ogni uomo di scuola può assomigliare (fatte le debite proporzioni) a quello di Mosè, il pedagogo del popolo ebraico, il quale non raggiunse mai la terra promessa ma non smise di camminare e far cenni nella sua direzione e nel contempo verso l'Alto.


Testi fondazionali

Bibbia (qualsiasi edizione)
Divina Commedia ( “ )
Franz Rosenzweig La stella della redenzione, Adelphi, 1985


Sezione: Fondazioni
Sottosezione: Argomenti vari
Scritto da: Agostina Melucci
Inserito il: 14/07/2012

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